Io... e l'inglese!

Io… e l’inglese!

Prima di partire per l’Australia ho letto decine di racconti scritti da italiani che, soprattutto in questi ultimi anni, hanno lasciato l’Italia per cercare all’estero nuove opportunità. Più si avvicinava il giorno della partenza, più mi divertivo ad immaginare che cosa avrei potuto scrivere anch’io, un giorno, dall’Australia!

Avrei insegnato italiano o forse francese… anzi no, non sarebbe stato possibile! “Chissà quanti insegnanti italiani e francesi ci sono già a Canberra” – pensavo -. “Inoltre, finché non conoscerò perfettamente l’inglese, non potrò superare nessun colloquio!”.

Allora potevo a malapena ipotizzare cosa sarebbe successo… Sicuramente non avrei mai potuto immaginare che, dopo soli dieci giorni dal mio arrivo a Canberra, avrei dovuto affrontare uno tra gli eventi più temuti: il colloquio di lavoro! Considerato che avrei dovuto sostenerlo in inglese, quello che per molti è un evento normalmente stressante si è trasformato per me in un incubo, dal quale ho tentato di sottrarmi in tutti i modi.

Una mattina, mentre mi godevo la mia colazione a base di tè, marmellata e fette biscottate (trovate al supermercato dopo giorni di “caccia al tesoro”), squilla il telefono. Non può essere mio marito, è seduto di fronte a me. Non può essere la mia amica italiana di Canberra, il suo nome apparirebbe sullo schermo. Panico. Non posso rispondere, non capirei niente… Mio marito mi osserva e, contrariato, mi dice che prima o poi dovrò abituarmi anche a parlare al telefono in inglese. Appunto, tra il prima e il poi scelgo la seconda opzione. Quarto squillo… ho la soluzione! Mi viene in mente che gli australiani hanno l’abitudine di lasciare messaggi nella segreteria telefonica. Quest’abitudine, che gli italiani non hanno affatto, mi torna molto comoda. Ascolterò il messaggio vocale con calma e scoprirò se si trattava di una telefonata importante o meno.

meet-upCosì, se da un lato ho evitato la conversation al telefono, ora mi eserciterò nell’attività di listening. L’esercizio mi mette in difficoltà perché il parlante, una donna, ha un accento asiatico. Tuttavia, non mi sfugge l’unica parola che non avrei voluto sentire: “interview”. Credo voglia incontrarmi per un colloquio, ma prima di farmi prendere dal panico verifico sul dizionario il significato di un altro termine, “meet up”. Ho studiato che il verbo “to meet” significa “incontrarsi”, ma se c’è una preposizione dopo… si salvi chi può, tutto può essere! Questi phrasal verbs mi faranno diventare matta! Il verbo in questione significa “incontrarsi”, esattamente come “to meet”, ma allora perché non ha usato direttamente “meet”? Sono nervosa.

Mi siedo sul divano, cerco di ritrovare la ragione e rifletto su quale sia la cosa migliore da fare. Per ora ho solo immaginato che un ipotetico datore di lavoro voglia incontrarmi, ma dovrei riascoltare il messaggio per capirne i dettagli (orario, luogo e giorno dell’incontro). Penso a quanto sia vero quello che ripeto spesso ai miei studenti prima di fare le attività di comprensione orale: durante l’ascolto non è necessario capire tutto, l’essenziale è cogliere le idee importanti, talvolta alcune parole chiave (interview e meet up nel mio “sfortunato” caso) si rivelano utili per formulare ipotesi e congetture.

Ma ora arriva il bello, perché dovrò richiamarla e darle la mia disponibilità ad incontrarla. Penso che se la richiamassi subito mi risponderebbe quasi sicuramente, mentre se aspettassi un po’… forse potrei trovarla impegnata e, in quel caso, potrei evitare ancora una volta un’imbarazzante conversazione! Così decido cosa dire nel messaggio vocale che lascerò in segreteria, nel caso in cui la fortuna fosse dalla mia parte: Hi, this is Sabrina. I got your message, thank you! It would be great to meet you, see you then! Have a g’day!

Richiamo. Uno, due, tre, quattro squilli… e segreteria! Fantastico, ci vuole un po’ di fortuna ogni tanto! Lascio il messaggio e tiro un sospiro di sollievo. Non passa neanche un minuto e squilla di nuovo il telefono. Il numero è sempre lo stesso: ora sono fregata! Inizio a sudare freddo e ho le palpitazioni… non ho scelta, devo rispondere e così faccio! La voce mi si strozza in gola, deglutisco in maniera irregolare e cerco di guadagnare tempo per pensare alla correttezza delle mie frasi usando espressioni come you know, I mean. Vado avanti e indietro per la stanza aspettando con ansia di sentire la frase “ok, see you!”, o qualcosa di simile, che metta fine a questa tortura.

Chiudo il telefono e invece di rilassarmi inizio a tormentarmi pensando a quali errori ho fatto, a cosa avrei dovuto dire al posto di… Insomma, la tortura continua! Mi viene in mente un altro consiglio che spesso do ai miei studenti: non preoccupatevi troppo degli errori, l’importante è comunicare e farsi capire, perché se il messaggio passa all’interlocutore significa che l’obiettivo comunicativo è stato raggiunto.

Primo obiettivo raggiunto dunque, il secondo è ottenere il lavoro. Ma questa è un’altra storia!

Sabrina Casu