Un'antica tradizione

Un’antica tradizione

Quando mio padre ebbe, all’inizio degli anni ’50, un grave incidente automobilistico e rischiò di perdere una gamba o di morire, mia madre fece il Voto a Sant’Antonio che ogni anno avrebbe fatto il Pane, nel giorno del Santo, il 13 giugno, da distribuire ai poveri del paese. Era questo un voto che faceva più di una famiglia, a Magisano, provincia di Catanzaro, un paese di mille abitanti, in Sila.

Mia madre ne faceva per un quintale di farina, ottenendo così varie centinaia di piccoli pani del peso di circa 200 grammi che, in miniatura, ricordavano le grandi pagnotte tradizionali del paese: rotonde e con quattro tagli che disegnavano un quadrato sulla superficie convessa della pagnotta.

Già all’inizio di giugno si cominciava con i preparativi. Si comprava il quintale di farina, si prenotava il forno (era artigianale e a legna, anzi a frasche) e si cercava l’aiuto di qualche amica fidata e disponibile. Vi era, non so perché, una vaga aria di complicità e di discrezione. Tutti sapevano che mia mamma era una di quelle che in paese preparavano il pane, ma nessuno doveva saperlo e quindi non se ne parlava e si lavorava in orari fuori dall’ordinario.

Il 12 giugno, casa nostra e il magazzino adiacente si riempivano di sporte di vimini stracolme di fragranti pagnotte. Si diffondeva per casa, e non solo, un profumo di pane che tuttora è per me uno degli odori più belli e che ancora mi dà sensazioni piacevoli e mi riempie di tenerezza.

Nessuno lo poteva assaggiare e tanto meno poteva prendere qualche pagnotta.

Nella serata del 12 passava da casa il prete per dare la benedizione alle ceste di pane (e prendere la sua parte di pagnotte, non so per quale esigenza di carità). A quel punto, il pane benedetto non solo nutriva il corpo, ma faceva bene anche allo spirito. Per maggiore devozione, qualche immaginetta del Santo, con il Bambinello in braccio, veniva lasciata tra le pagnotte in varie ceste per sottolineare la devozione al Santo che aveva salvato mio padre, secondo le intenzioni di voto di mia madre.

Al mattino del 13 giugno, quasi per incanto, già dalle prime luci del giorno, davanti alla porta di casa nostra (era al piano terra, come tutte quelle del paese a quell’epoca), si raccoglieva parecchia gente vociante. Tutti avevano un qualche contenitore: una cesta, un piatto grande, una federa da usare come sacco o altro. Se non si aveva niente, si usava il grembiule, che molte donne portavano come abbigliamento abituale, o l’ampia sottana, tirati su dall’orlo, per fare una conca contenitrice.

All’interno della porta di casa, ancora chiusa, cominciavano i preparativi per la distribuzione. Portavamo le ceste cariche di pane, comprese quelle custodite nel magazzino, nella stanza ingresso-soggiorno-pranzo-studio ecc. Quelle che non ci stavano erano nell’altra unica stanza, quella da letto, in attesa di essere avvicinate all’uscio. Mia madre dava le disposizioni a noi due figli e anche a mio padre. Lei era la regista di tutta l’operazione. Finalmente si apriva la porta di casa. Tutti cercavano di farsi avanti per accaparrarsi il pane. Mia madre li rassicurava dicendo che ce n’era per tutti, ma un po’ anche li minacciava di sospendere la distribuzione, se non avessero rispettato i turni o se avessero spinto più del tollerabile. Alcuni chiamavano mia madre per nome, spesso sottolineando la condizione di “comare”, sperando di essere favorite nella distribuzione e nella quantità. Mia madre era attenta e molto severa con chi cercava di fare il furbo. C’era infatti qualcuno che, presa la sua parte, la passava velocemente ad un parente “complice”, nascosto dietro l’angolo, e tornava alla carica, rimettendosi in fila per accaparrarsi un’altra quota di pane benedetto. Allora mia madre dichiarava ad alta voce: ma tu lo hai già preso! E così gli altri guardavano il fedifrago con aria di rimprovero, ma non sempre questi si allontanava, abbandonando il suo proposito.

La quota era di 4-5 pagnotte a persona e mia madre spesso diceva: adesso lo diamo a tutti, se ne rimane faremo una seconda distribuzione. Questa equanimità era difficile da rispettare e spesso era disattesa volontariamente a favore di persone che, a giudizio di mia madre, avevano più bisogno perché avevano famiglia numerosa o qualche particolare disgrazia. Nessuno si azzardava a lamentarsi per questi privilegi che mia madre concedeva in maniera insindacabile, ma anche perché tutti in paese conoscevano le condizioni di tutti e quindi capivano che il “privilegio” era nel complesso giustamente concesso e poi perché, lasciatemelo dire, mia madre era considerata autorevole e giusta.

Qualcuna chiedeva di tenere da parte la sua quota, che sarebbe passata dopo, con calma, perché in quella confusione non ce la faceva a stare in piedi.

Alla fine si faceva in modo che un paio di ceste rimanessero. Allora il compito di noi due figli era quello di portare qualche pagnotta a chi, per le sue condizioni fisiche e senza l’aiuto di un parente, non aveva potuto partecipare alla distribuzione. In questo mia madre era veramente attenta e scrupolosa. Tutti in paese avevano la loro parte, specie quelli che ne avevano più bisogno. Altre famiglie in paese avevano lo stesso voto e facevano e distribuivano il pane, ma mia madre ci teneva che tutti avessero il “suo” pane.

Si capiva che nelle varie case erano stati predisposti dei veri e propri piani, assegnando ad ogni componente valido il compito di andare a prendere il pane da una data famiglia, in modo da coprire tutte le fonti note di distribuzione.

Qualcuno arrivava con il contenitore già pieno di pane, ma si affrettava a precisare che lo aveva preso da un’altra famiglia e che non aveva fatto in tempo a depositarlo a casa. Spesso era vero. Piccole furbizie e piccoli disguidi che comunque mia madre valutava con attenzione e severità.

Anche noi in casa per qualche giorno avremmo mangiato il pane benedetto.

Penso che tutti, chi dava e chi riceveva, alla fine si sentissero meglio e più soddisfatti, anche se per motivi diversi.

Credo, ragionando oggi con mente forse più laica, che quello fosse un modo molto bello di fare del bene alla gente bisognosa senza però offendere la loro dignità. Si veniva a prendere il pane perché benedetto e legato al nome di Sant’Antonio, mentre l’indigenza era un aspetto che nessuno mostrava o sottolineava apertamente.

Luigi Catizone